Il Tesoro di Boscoreale


Il Tesoro di Boscoreale

A Parigi, nelle teche del Museo del Louvre, possiamo ammirare uno straordinario tesoro, un ricco e raffinato servizio da tavola composto da 109 pezzi in argento lavorato e sbalzato, opera di finissima oreficeria dell’età romana imperiale. Gran parte dei reperti risale infatti al I sec. A.D.  Si tratta del “Tesoro di Boscoreale”. Questa località (in provincia di Napoli) costituiva all’epoca un ricco sobborgo agricolo di Pompei, con terreni fertilissimi, posta com’è alle pendici del Vesuvio, e fu sepolta anch’essa dall’eruzione del vulcano nel 79 A.D.  Vi si trovavano ville rustiche ed ubertosi terreni coltivati, frutteti e vigneti.

 Una parte del tesoro fu donata al Museo parigino dal barone Edmond James de Rothschild ed il resto da altri collezionisti, che lo avevano acquistato anch’essi sul mercato antiquario. La vicenda del ritrovamento tuttavia è  assai oscura e intricata: nel 1895 mentre i proprietari  del terreno in località “Pisanella”, nella campagna di Boscoreale, stavano effettuando una vera e propria ricerca archeologica nel sottosuolo, per portare alla luce gli ambienti di una antica villa romana, vennero ritrovati, precisamente nell’antico Torcularium (il locale dove era posto il torchio per la spremitura dell’uva), i resti di una cassa contenente lo splendido servizio da tavola, alcuni gioielli d’oro di eccezionale pregio e valore (collane, orecchini, bracciali ecc. ), tre specchi d’argento e un numero straordinario di monete d’oro, più di 1000, in gran parte Aurei neroniani. Si tratta, come è stato sostenuto dagli esperti, del tesoro più ricco della classicità mai ritrovato. Nel sito giacevano anche gli scheletri di due uomini e quello di una donna che aveva indossato preziosi orecchini d’oro e topazi.

Gli archeologi ritengono che si trattasse della padrona della villa, che stava presumibilmente cercando di nascondere, assieme ai servi, queste ricchezze nell’approssimarsi dell’eruzione del Vesuvio, che però li uccise, seppellendo poi ogni cosa. Effettuarono il ritrovamento uno dei proprietari del terreno, Vincenzo De Prisco, ed un operaio, Giuseppe Finelli. Gli altri scavatori si erano allontanati presto perché era il giorno di Pasqua. Nottetempo dunque i due nascosero il tesoro e lo trafugarono, a dispetto delle leggi del recente Regno d’Italia, che lo proibivano. Era il 13 Aprile.  Coll’aiuto di un antiquario napoletano, Cesare Canessa, il tesoro fu venduto clandestinamente e raggiunse la Francia. Arricchitisi coi proventi della vendita, i fratelli Canessa aprirono delle casa d’asta a Parigi e a New York. La villa romana era appartenuta ad un facoltoso banchiere pompeiano, Lucio Cecilio Giocondo, proprietario anche di una lussuosa residenza in città (nella V regio), nella quale, fra l’altro, oltre al suo busto bronzeo, fu trovato il suo archivio costituito da 154 tavolette cerate su cui erano registrate le somme versate ai clienti per la vendita di beni, di schiavi, o per aver riscosso affitti, trattenendo per sè una modesta percentuale. Probabilmente il banchiere morì ad ottobre, durante l’eruzione. Lo scrittore Plinio il Giovane, che ha lasciato una descrizione drammatica dell’evento, in una sua lettera a Tacito (Ep.VI,26,20) data l’eruzione al 24 agosto; ma una iscrizione murale a carboncino, recentemente ritrovata a Pompei, colloca con sicurezza il disastro al 24 ottobre 79. (Si veda: M. OSANNA, Pompei. Il tempo ritrovato, Milano 2019, p. 14.) I resti femminili adagiati nel torcularium della villa appartennero forse alla figlia del padrone, che, come si evince dalle incisioni poste su una quarantina di oggetti d’argento, dovette chiamarsi Maxima. Poiché tuttavia questo è un cognomen femminile, il nome completo della donna potrebbe essere stato Caecilia Maxima. In via alternativa, giacche’ non abbiamo il gentilizio della donna, potremmo trovarci di fronte alla moglie di Giocondo. Ella avrebbe allora portato un nomen diverso, quello della sua gens di origine. In tal caso, una parte del servizio da tavola avrebbe fatto parte del suo corredo di sposa. 

Il servizio da tavola era composto da molti pezzi adatti a preparare, mescolare e versare il vino; infatti era in uso nell’antichità aggiungere alla bevanda del miele, o delle spezie, estratti di erbe, legni odorosi, essenze vegetali, mirra, profumi, assenzio, estratti di rose, cosicché essa doveva essere filtrata prima di essere versata.  Ci sono infatti mestoli, cucchiai, colini, brocche, oinochoai cioè vasi da vino, skyphoi ed anche vassoi per portare il cibo in tavola, piatti, salsiere e saliere.  Splendide e raffinate alcune coppe, in genere accoppiate a due a due, e decorate con motivi animali o vegetali, con temi mitologici, oppure con immagini di celebrazione della famiglia imperiale, come le coppe di Augusto e di Tiberio. Va ricordata la straordinaria “coppa degli scheletri”, datata all’età ellenistica, che raffigura gli scheletri di alcuni greci famosi, Sofocle e Mosco, Epicuro e Zenone, che recitano questi versi: “La vita è un teatro”, “Goditela finché sei vivo”, “Il piacere è il bene supremo” (un vero e proprio fumetto ante litteram).Vi sono anche due coppe, al cui centro sono applicati due medaglioni ornati dai busti a tutto tondo di un uomo e di una donna, forse gli antichi proprietari del servito, dei quali purtroppo non conosciamo i nomi. Tuttavia, poiché il piccolo ritratto maschile mostra una notevole somiglianza col busto di Cecilio Giocondo ritrovato a Pompei, ipotizzerei che sia lui l’uomo anziano ritratto sulla coppa. Ma è una coppa d’argento (diam. cm. 23), dorata in alcune parti, che merita particolare attenzione; sul fondo è applicato un medaglione ornato da un busto in notevole rilievo.

E’ ritratta una giovane che indossa un chitone e ha un copricapo a forma di testa di elefante. Sul braccio tiene una cornucopia dalla quale fuoriescono grappoli d’uva ed una mezzaluna. Gli archeologi hanno interpretato la figura, sulla base delle immagini che la circondano, come una rappresentazione dell’Africa, oppure, più recentemente, di Cleopatra Selene, la figlia di Antonio e Cleopatra, che fu cresciuta a Roma dalla famiglia di Augusto e poi data in sposa al re di Mauritania; la coppa insomma celebrerebbe quelle nozze.

Ma, a mio avviso, la giovane donna ed i simboli che la attorniano (la cornucopia, la mezzaluna, il serpente, il leone, la pantera, l’elefante, il sistro, il falco (Horus?), ecc.) suggeriscono che si tratti piuttosto della dea Iside, spesso associata a tali figure. A Pompei la dea egizia fu molto venerata e, sin dal II sec. a. C., ebbe un tempio famoso, l’Iseum, che fu distrutto anch’esso dall’eruzione del 79. Non è perciò fuori luogo trovare un’immagine di Iside fra le coppe preziose del tesoro pompeiano di Cecilio e di Maxima.

   

Nelle case dei ricchi romani gli affreschi, i mosaici, le statue, i bronzi di Corinto, i vasi greci, le coppe, il vasellame d’argento erano uno status symbol. Cicerone nei Paradoxa racconta che quando l’argenteria non era adoperata veniva disposta sui tavoli perché i proprietari potessero mostrarla agli ospiti come testimonianza di buon gusto e come dimostrazione di ricchezza. Riprendendo a questo punto il discorso sulla vendita illegale dei reperti, la notizia, come era immaginabile, si diffuse in Italia e suscitò un’ondata di sdegno, anche a livello politico: Giovanni Bovio, allora deputato del Regno, chiese ragione al Parlamento di quel misfatto che aveva danneggiato il patrimonio storico-archeologico nazionale. Intervenne anche il Ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, medico, umanista, appassionato di antichità classiche e degli scavi archeologici di Pompei. Furono effettuate un’indagine di polizia ed una parlamentare sull’ esportazione clandestina dei reperti. Vincenzo De Prisco fu inquisito, ma venne prosciolto e fece ammenda limitandosi a cedere i pochi pezzi del Tesoro che ancora erano in suo possesso. Ben misera riparazione rispetto all’enorme danno causato al patrimonio artistico nazionale! 

Anche Benedetto Croce nel 1900 intervenne sugli scandali delle vendite clandestine, attaccando sulla stampa il Direttore del Museo Nazionale di Napoli per l’accondiscendenza mostrata nelle cessioni del Tesoro e degli affreschi provenienti dalla villa di P. Fannius Synistor a Boscoreale (Un nuovo scandalo al Museo Nazionale di Napoli, “Napoli Nobilissima” IX, pp.154 ss.). Nel frattempo infatti il De Prisco aveva venduto anche molti degli affreschi della villa che aveva scavato fra il 1899 e il 1900 (v. infra). La polemica, sempre più accesa, causò le dimissioni del Direttore del Museo. Vanno infine ricordati i numerosi interventi sulla stampa di Salvatore Di Giacomo, che fu non solo poeta, drammaturgo e scrittore, ma anche brillante giornalista e collaboratore di molte testate e riviste. Dal 1895 egli scrisse molti articoli per informare i lettori sugli straordinari rinvenimenti nella villa di Cecilio Giocondo e su quelli successivi, in contrada Grotta, nella villa, splendidamente affrescata, di Publio Fanio Sinistore (molti di quegli affreschi, fatti staccare, incorniciare e poi venduti anch’essi dal De Prisco e dal Canessa, si trovano oggi in musei stranieri: al Metropolitan Museum di New York, al Louvre, al Musee de Picardie ad Amiens, al Musee Royal de Mariemont in Belgio, ecc.). Nonostante gli scandali e grazie all’enorme somma di denaro ricavata dalle vendite, Vincenzo De Prisco si autofinanzio’ la campagna elettorale del 1897 che lo portò ad essere eletto al Parlamento del Regno per ben due mandati (1897-1904). Sulle vicende riguardanti il Tesoro di Boscoreale esiste una vasta bibliografia; per brevità ci limitiamo a ricordare il libro di Carlo Avvisati (Il tesoro di Boscoreale e lo scandalo della vendita all’ estero, 2016). Con grande dispiacere e rammarico siamo consapevoli del fatto che ormai da più di un secolo il meraviglioso tesoro di Boscoreale si trova al Louvre e che per vederlo gli italiani amanti delle antichita’ devono recarsi a Parigi. Ma ancor più suscita la nostra rabbia e il nostro sdegno il pensiero che moltissimi nostri beni archeologici (e non solo) siano venduti sul mercato nero da tombaroli e da mercanti senza scrupoli. Questi reperti, che vanno ad arricchire delle collezioni private, sono per sempre sottratti agli sguardi della collettività.    

Ci piange il cuore di fronte al sospetto che, se è vero quel che hanno ampiamente riportato la stampa e le TV, una terza statua ritrovata assieme ai Bronzi di Riace si trovi oltreoceano nei sotterranei di qualche museo o nascosta nel caveau segreto di qualche collezionista. Nessuno l’ha mai vista. Ma è un dato certo che una testimone abbia assistito nell’agosto 1972 al trafugamento dalla spiaggia calabra di uno scudo, di una lancia spezzata e forse di un elmo.  Possiamo solo immaginare la bellezza di quello scudo oplitico rotondo, o, forse, cavo.  Chissà quale decorazione lo scultore Pitagora di Reggio avrà posto al centro dell’oplon?  La civetta ateniese o la sfinge tebana? O forse lo scudo era liscio?  Forse i soggetti fusi nel bronzo avrebbero potuto aiutarci a identificare l’identità dei guerrieri e le poleis cui erano associati. Queste meraviglie dell’arte greca del V sec. sono state ripescate clandestinamente dal Mar Ionio, nascoste ed infine fatte uscire illegalmente dall’Italia. 

“The rest is silence”.

ANNA CAFISSI

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