L’EBBREZZA “FATALE” DEL GRANDE ALESSANDRO


L’EBBREZZA “FATALE” DEL GRANDE ALESSANDRO
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Ai primi di giugno ricorreranno più di 2300 anni dalla morte di Alessandro Magno; il re macedone scomparve infatti nel 323 A.C. a soli 32 anni dopo una brevissima malattia. Il giovanissimo sovrano aveva conquistato l’immenso impero persiano in soli dodici anni, estendendo il suo dominio dall’Ellesponto fino al fiume Indo, dal Mar Caspio all’Oceano Indiano e al Golfo Persico, e all’Egitto.  Gli scrittori antichi – fra i molti per brevità ricordo solo Plutarco e Arriano – che hanno narrato questa epica e drammatica vicenda, descrivono il graduale peggioramento delle condizioni del condottiero giornalmente, fino alla fine che occorse dopo una decina di giorni.  

L’inclinazione del re  per il vino  e’ ben nota.  Gli storici raccontano, ad es., che anni prima aveva ucciso a Samarcanda alla fine di un simposio, palesemente ubriaco,  uno dei suoi generali, Clito, col quale aveva litigato aspramente poco prima.                                     
Dunque Alessandro si senti’ male dopo  aver banchettato e soprattutto bevuto smodatamente : si trovava a Babilonia , la città dove aveva la corte e che era una delle capitali dell’impero conquistato. Arriano (Anabasi di Alessandro VII, 25,4) riferisce che il re “banchetto’ insieme agli amici e bevve fino a tarda notte ” e che, quando ormai stava per ritirarsi, “incontrò Medio che lo prego’  di andare a far baldoria con lui: sarebbe stata una festa molto bella”. A questo simposio  organizzato dall’amico Medio di Larissa parteciparono  anche altri compagni fra i quali Cassandro, Nearco e Tolemeo, mentre il vino fu versato  da un giovane coppiere, Iolao, figlio di Antipatro e fratello di Cassandro (quest’ultimo fu colui  che anni dopo stermino’ la famiglia degli Argeadi: la regina madre Olimpiade, la vedova Roxane col figlioletto Alessandro IV,  il figlio naturale Eracle ed il fratellastro  del re Filippo Arrideo). Il coppiere Iolao fu subito  sospettato di aver avvelenato il sovrano.  Da notare che i resti del giovane, dopo la sua morte, furono dispersi nel 317 ad opera della madre di Alessandro, Olimpiade, che infatti lo riteneva  essere stato l’esecutore materiale del veneficio. A margine ricordo anche che gli Ateniesi, nemici di Alessandro, dopo la sua scomparsa,  tributarono onori al coppiere Iolao!

Dunque, quella sera di giugno Alessandro, che aveva bevuto un’intera anfora di vino non diluito, la cosiddetta “coppa di Eracle”(più di 5 lt di vino schietto), accusò un forte dolore alla schiena, una fitta lancinante, come se fosse stato trafitto da una lancia, seguita da vomito, ma, passato del tempo e riavutosi, riprese a bere.  Dopo un giorno di riposo forzato e dopo aver fatto un bagno in acqua fredda per sopportare meglio la febbre che nel frattempo era subentrata, Alessandro partecipò nuovamente ad un simposio da Medio, ubriacandosi, anche per cercare di placare la sete che lo tormentava.  Nei giorni successivi, con la febbre sempre più alta, cercò di svolgere i suoi compiti regali, ma il 24 del mese di Desio (nel calendario macedone corrisponde circa al 9 giugno) le sue condizioni si aggravarono e fu costretto a letto.  Il giorno seguente perse l’uso della parola e successivamente la conoscenza, fino al 28 di Desio, quando in serata il condottiero spirò. Non sto a riportare le numerosissime ipotesi degli studiosi contemporanei riguardo alle possibili cause di questa morte (malaria, tifo, pancreatite, cirrosi epatica, ecc.); mi limiterò a ricordare solo quanto asserito dagli storici antichi. Plutarco (Vita di Alessandro) e Arriano descrivono con precisione l’evolversi della malattia del sovrano; le loro narrazioni concordano perché basate su una fonte comune, le “Efemerides”, una sorta di giornale di corte, che veniva preparato e reso pubblico quotidianamente. Tuttavia gli storici riportano anche le voci che si rincorsero a Babilonia fra i cortigiani e i compagni del re: si diceva che egli fosse stato avvelenato dal coppiere su ordine del reggente di Macedonia, Antipatro, che, in disaccordo con lui e con la madre Olimpiade, era stato chiamato in Persia per un chiarimento, il che, considerato il carattere sospettoso e vendicativo del re, avrebbe certamente portato alla sua eliminazione! Dunque una congiura ordita da Antipatro, da suo figlio Cassandro ed eseguita dal giovane Iolao. Ad oggi non ci sono elementi validi per farci preferire la tesi del veleno a quella della malattia. Ma bisogna tuttavia fare alcune considerazioni: Alessandro godeva di buona salute; era anche guarito da una brutta ferita al polmone causatagli da una freccia che lo aveva colpito in India. Proprio in quei giorni si apprestava a partire con l’esercito e le navi per una nuova spedizione in Arabia. Sappiamo inoltre che le truppe macedoni erano scontente per essere state in guerra per lunghissimi anni, combattendo in campagne durissime, decimate dall’attraversamento del deserto della Gedrosia e per essere state in parte integrate e soppiantate da soldati persiani. (Plutarco 71).  

Non solo i veterani erano scontenti, ma anche alcuni dei suoi compagni, gli “erairoi”; infatti parecchi di loro erano stati eliminati nel corso della spedizione e qualcuno certamente pensava già alla eventuale successione…. Anche sua moglie Roxane, che aspettava di lì a poco la nascita dell’erede si sentiva minacciata dai nuovi matrimoni del marito con le principesse Parisatide e Statira, che si diceva fosse già incinta. Si mormorava anche che Aristotele, l’antico maestro, rancoroso per l’eliminazione del nipote Callistene, lo storico della spedizione, fosse l’ispiratore della congiura.  Tutti insomma avevano motivi di risentimento contro Alessandro!  Dunque il Macedone scomparve al momento giusto e nel posto giusto, nell’atmosfera complice della corte di Babilonia, quando non si trovava in guerra, circondato e difeso dai suoi fedelissimi.

È necessario a questo punto riflettere sul fatto che le fonti riportano che la “Coppa di Eracle”, bevuta dal sovrano era composta da vino non diluito. Infatti i Greci, dall’età omerica, usavano aggiungere al vino acqua fresca, in genere con la proporzione di tre parti di acqua ed una di vino. L’uva veniva vendemmiata non a settembre ma ai primi di ottobre, in modo che il vino risultasse più alcolico. Esso veniva fatto invecchiare in grandi vasi di terracotta, i “pithoi” (3,5 mt in altezza e 1 all’imboccatura) interrati e cosparsi di resina e pece perché il liquido non traspirasse; così il vino assumeva un retrosapore resinato; aggiungendosi poi miele ed altre spezie, il gusto della bevanda risultava più simile ad un nostro vino da dessert che non ad un rosso da pasto.  Dunque sarebbe stato facile mescolare il veleno al vino puro e dal sapore aromatico! Comunque, Alessandro quella sera, pur essendosi sentito male, riprese a bere e si ubriacò anche il giorno successivo quando di nuovo banchettò da Medio. Il risultato fu che il re, dopo questi due simposi ebbe una febbre altissima, poi perse la parola ed entrò in coma. Arriano e Plutarco (77, 5) riferiscono che dopo la morte di Alessandro “essendo stati i generali per parecchi giorni in disaccordo, il corpo rimase in luoghi caldi e umidi senza che lo si sottoponesse a trattamento… ma rimase incorrotto e fresco”. Lo storico romano Curzio Rufo (I sec. AD) scrive: “quando finalmente gli amici ebbero modo di dedicare le loro cure al corpo esanime, quelli che gli si erano avvicinati non lo notarono per nulla alterato dalla decomposizione e neppure dalla benché minima lividezza” (X, 10, 12). Un fatto veramente sorprendente considerato il caldo-umido dell’estate mesopotamica, che raggiunge una temperatura massima di circa 42 gradi C a giugno!  

Ci sia concessa un’ultima considerazione: l’arsenico era un veleno noto nell’antichità in Persia col nome di “Zarnik”ed era conosciuto anche dai Greci che lo chiamavano “Arsenikon” (ce ne danno testimonianza nel IV sec. Aristotele e Teofrasto). Sappiamo che in tempi più recenti questa sostanza è stata usata ampiamente nei processi di imbalsamazione, sostituita solo nel XIX sec. Dalla formaldeide. Consapevole del fatto che si tratta solo di un’ipotesi che necessita di ulteriori approfondimenti, tralascio al momento il forte sospetto che potrebbe essere stato l’arsenico, che tra l’altro è inodore e insapore, il veleno usato per eliminare il re.   Mi limiterò piuttosto a riflettere sul fatto che il Grande Alessandro dopo pochi mesi avrebbe compiuto 33 anni e che nella sua breve vita aveva conquistato un immenso impero e diffuso la lingua, l’alfabeto e la cultura greca in tutto il Medio Oriente.

ANNA CAFISSI

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