Elenchi, doveri e piacere


Elenchi, doveri e piacere

Siamo abituati a fare elenchi, liste e catalogazioni soprattutto adesso che i nostri telefoni misurano tutto: i passi, il tempo che passiamo al telefono, sui social o a smaltire mail. Tutto accuratamente monitorato e trasformato in grafici e statistiche. Facciamo elenchi del nostro peso, dei posti visitati, degli oggetti che vorremmo comprare. Facciamo la lista della spesa e la lista dei regali da fare. Liste di titoli, pubblicazioni e onorificenze. Liste di invitati e delle cose da fare in giornata. Liste di amanti e libri letti. Elenchi dei posti visitati, amanti avuti, libri letti. Collezioniamo elenchi. La tecnologia ci ha sedotto ed indottrinato all’iper-controllo richiedendo crescente e monitorata organizzazione, enumerazione e ispezione. In tutto questo anche il piacere viene misurato e organizzato per assicurarsi che ci sia “quality time”, tempo qualità, perché la fuga dagli spettri di tristezza, vecchiaia e morte è il regime condiviso a suon di like. Assuefatta a questa modalità ho voluto qui elencare i cibi, gli alimenti e nutrimenti che soddisfano palato ma anche anima e memoria. Un elenco del piacere come salvagente nella piscina del senso del dovere e monitorare. Un elenco estemporaneo e variabile, che non tiene conto di paure ma piuttosto della ricerca dello star bene. Un elenco che si fa guidare dal passato più che dal futuro, senza ansia e senza aspettative. Un elenco che, al di là di tutto, rimanda al piacere dello stare in compagnia condividendo un piatto, un bicchiere di vino o una memoria.           

Acqua. Il piacere della cui preziosità ci si accorge quando manca o quando si trova un’acqua particolarmente buona. L’acqua, a berla quando si cerca (e non perché il telefono ci ricorda che bisogna berne almeno otto bicchieri al giorno), mi dà quello stesso rassicurante piacere che trovo nell’infilarmi nel letto di casa dopo un viaggio. Un piacere trascurato nell’ordinario, come una relazione consolidata. Un piacere che richiede attenzione da meditatore, la stessa di chi riesce ad alzare gli occhi al cielo e provare gratitudine. 

Burro. Tagliato a mano in tocchi imperfetti. Salato, avvolto nella carta oleata che quando lo apri sembra di scartare un regalo. Preferibilmente su pane non bianco ancora tiepido di forno, sorseggiando uno chardonnay. Concesso ai bimbi e privato agli adulti. Diavolo da esorcizzare negli anni ‘80, assolto più di recente (basta che non si ecceda, dicono), celebrato da Julia Child e dal film a lei dedicato. Cosa sarebbero la gita in montagna e le memorie d’infanzia senza burro?

Champagne e gamberi rossi crudi. Come premessa. Meglio se guardando il mare che, mangiando, il luogo conta tanto quanto conta il tono della voce di chi pronuncia le parole importanti. E cioccolata, accudente come un abbraccio amico.

Dolci. L’indulgenza di ciò che non è necessario. L’accessorio più lezioso del pasto. Il gioiello a chiusura della collana di perle. Delizie al limone, coda d’aragosta, cassata, babà, creme brûlé, sacher torte, kataifi, baklava, riso al latte aromatizzato alla rosa, il buontalenti, i cioccolatini, i biscotti fatti in casa… Con i dolci si tracciano tappe importanti della vita. Per questo non si dovrebbe abusarne più che per la paura dell’introito calorico. L’infanzia e la scoperta dello zucchero, le torte nunziali, i natali e persino la morte: la nonna diabetica di Mine Vaganti si suicida mangiando baci di dama. 


Foie gras, abbinato a confettura di cipolle e sauvignon. E tre granelli di sale della Provenza. Tre. Ricordo volentieri quello mangiato seduti nel sole di aprile, su Rue qualchecosa a Parigi. Sorridendo del flop dello chef stellato ed arrogante.  

Gaspacho, d’estate. Fresco, sorridente, energizzante come un film di Almodovar. Ma anche guacamole.

Jamon iberico, che trasudi. Da prendere con le dita direttamente dal piatto. Vino rosso. 

Kaimak. Il sapore della mia infanzia a Belgrado. E la Key lime pie delle Keys: la scoperta che non ti aspetti. 

Infusi di fiori e erbe, meglio se colti con le proprie mani. Il piacere del rifugio. Il calore di un abbraccio rassicurante. La cura per i piccoli lividi quotidiani. Meglio se nella tazza preferita. A casa, o con l’amica del cuore o guardando un bel film accucciati sul divano.

Lassi al mango con latte intero. 

Mascarpone, come cibo della memoria. Crema al mascarpone, senza sensi di colpa. Perché alla fine il tiramisù lo si cerca soprattutto per la crema.

Nachos croccanti, meglio se fatti in casa e ancora caldi, con jalapeño e formaggio fuso. Una birra leggera e far finta di aver ancora una buona digestione.

Noci saint jacques (la nutella non mi piace). Il sapore poco umile che si adatta a tutto. Tollerano ogni cottura e ogni abbinamento e sopravvivono persino agli chef improvvisati.

L’odore della polvere di caffè. Appena macinato o quando esce dalla confezione sotto vuoto. 

Pane e pomodoro. Olio, meglio se nuovo, un pizzico di sale, la campagna toscana. E poi pere e pecorino.

Quinoa. C’è poca delizia sotto alla “q”. Chissà perché. La quinoa è il cibo del sentirsi a posto. Come il riso, è il cibo di quando ho bisogno di semplicità. Dicono che per coltivarla, la quinoa, stiano disboscando aree immense e impoverendo intere regioni. La semplicità è il nuovo lusso.

Roquefort, rebochlon, ricotta e in generale i formaggi. Brie, Camembert, la treccia di mozzarella. 

Sambuco. Succo o marmellata. Ma anche sashimi di ricciola o di branzino.

Tartara. Tagliata a mano. Da condire, che il bello sta lì. Un po’ di capperi, una spruzzata di cipolla sminuzzata, tuorlo d’uovo essiccato, mostarda, olio, sale, pepe. E vino rosso. E poi il tè, bianco, nero alla russa con i blini o l’English più classico, con scones e panna quando l’inverno non dà tregua e già solo un po’ di calore basta a far dimenticare tutto.

Udon fatti a mano. Ma anche l’uovo, quando è cotto a perfezione, con il tuorlo che rimane ancora liquido e la chiara che diventa quasi una spuma.

Vellutata. Di ortiche, piselli, zucca o pomodoro. 

Zabaione, quello che faceva la mamma e lo chiamava muti-muti.

SASHA PERUGINI

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