Gastro-diplomazia: quando la cucina si trasforma in diplomazia


Gastro-diplomazia: quando la cucina si...
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L’utilizzo della cucina nazionale e dei prodotti tipici locali è sempre stato un’efficace forma di diplomazia culturale per proiettare l’immagine del paese a livello internazionale e accrescere la sua influenza e reputazione nelle società straniere. In questo articolo ripercorreremo alcune delle iniziative più conosciute della gastro-diplomazia nella regione in cui ha avuto origine, ovvero l’Estremo Oriente.

“Datemi un buon cuoco e vi darò un buon trattato”. 

Così il Ministro degli Affari Esteri francese Charles Maurice de Talleyrand si è rivolto a Napoleone, ben consapevole che le prelibatezze della cucina francese potevano costituire un dettaglio fondamentale per conseguire successi diplomatici e rafforzare le relazioni tra i governi europei a vantaggio della Francia di inizio Ottocento. Il diplomatico francese non è stato certamente un precursore del concetto, visto che, già in epoca antica, lo stesso Aristotele aveva discusso dell’importanza dei pasti collettivi durante gli incontri tra ambasciatori di poleis rivali, al fine di stabilire un legame di solidarietà e vicinanza simile a quello dell’ambito familiare. Ma è soprattutto con l’avvento delle moderne cancellerie che l’arte culinaria ha assunto un ruolo fondamentale e strutturato non soltanto in sede diplomatica, ma anche per espandere l’immagine nazionale nello scenario globale e influenzare positivamente la percezione del paese presso l’opinione pubblica estera. Per quei paesi che eccellono in materia, la cucina è infatti oggigiorno uno dei maggiori strumenti di soft power: questo è particolarmente vero per l’Italia, dove – grazie anche alla nostra capacità di diffondere capillarmente il gusto italiano in ogni angolo del mondo – la cucina nostrana è di gran lunga il principale vettore di promozione del paese a livello globale. Nonostante la tradizione e l’importanza dell’uso del cibo a fini diplomatici siano profondamente radicate nella storia delle relazioni internazionali, negli ultimi decenni si è assistito a una rivitalizzazione della pratica a livello mondiale, accompagnata da una diversificazione del concetto e da un aumento della consapevolezza generale del suo potenziale. Diversi paesi hanno infatti lanciato campagne ufficiali per promuovere le rispettive gastronomie all’estero, mentre gli studi nel campo della gastro-diplomazia si sono rapidamente moltiplicati, non soltanto a livello accademico ma anche istituzionale.

Diplomazia culinaria (pubblica e privata) e gastro-diplomazia.

Le recenti ricerche di settore insistono nel differenziare i due concetti, per quanto simili possano sembrare. Sam Chapple-Sokol, uno dei principali ricercatori sul tema che ha lavorato per diversi atenei universitari del Nord America – ha definito la diplomazia culinaria come l’uso del cibo per favorire la comprensione interculturale al fine di migliorare i rapporti tra attori statuali e quindi rafforzare la cooperazione internazionale. All’interno di questa generica definizione, si possono distinguere tre pilastri fondamentali: la diplomazia culinaria privata, quella pubblica e infine la gastro-diplomazia. La prima avviene negli incontri a porte chiuse tra rappresentanti ed esponenti governativi di diversi paesi per promuovere e migliorare le relazioni diplomatiche a livello bilaterale o multilaterale, come nel caso delle cene di Stato. Nella seconda gli attori istituzionali non svolgono un ruolo essenziale, dal momento che è portata avanti dalla cittadinanza, incaricata indirettamente di promuovere la gastronomia nazionale nelle società straniere grazie alle loro attività economiche o filantropiche – senza avere come obiettivo dichiarato quello di promuovere le relazioni tra paesi. Infine, per quanto riguarda la gastro-diplomazia, essa è nata al principio degli anni Duemila in Estremo Oriente, nello specifico in Thailandia. La gastro-diplomazia si colloca all’interno della diplomazia pubblica come parte della diplomazia culturale ed è finalizzata ad esercitare un’influenza sugli altri Stati in modo indiretto, ovvero attraverso l’uso della cucina nazionale, intesa come strumento di penetrazione nelle società straniere per favorire al loro interno una maggiore conoscenza della cultura nazionale – di cui l’arte culinaria rappresenta un aspetto fondamentale – e quindi suscitare un interesse positivo nel paese nel suo complesso. In altre parole, con la gastro-diplomazia le istituzioni statali utilizzano il cibo tradizionale e più rappresentativo del paese come una manifestazione tangibile della propria cultura fuori dai confini nazionali, allo scopo di promuoverne la familiarità e percezione all’estero.

Il Regno di Thailandia quale pioniere della gastro-diplomazia.

Il primo paese ad adottare un’operazione di gastro-diplomazia è stato la Thailandia. Il governo di Bangkok ha infatti puntato ad aumentare il numero di ristoranti thailandesi nel mondo lanciando l’iniziativa Global Thai nel 2002: attraverso diverse misure quali il sostegno all’esportazione di prodotti locali, incentivi all’assunzione di cuochi thailandesi all’estero e concessione di un accesso al credito agevolato per l’apertura di nuove attività ristorative fuori dai confini, il paese si è posto l’obiettivo di espandere la conoscenza della propria cultura e rilanciare l’immagine della Thailandia su scala globale – fino ad allora conosciuta a livello di massa prevalentemente come meta del turismo sessuale. Tale iniziativa fu seguita da una seconda campagna chiamata e accompagnata dal rilascio di un certificato “made in Thailand” per distinguere quei ristoranti all’estero che soddisfacevano gli standard di qualità tipici della tradizione culinaria thailandese. La gastro-diplomazia adottata da Bangkok si è rivelata un successo: secondo le cifre ufficiali, dai circa 5.500 ristoranti aperti fuori dal paese nel 2002 si è passati ai 9.000 del 2006 fino ai 13.000 nel 2009. Al di là dei numeri, a distanza di quasi vent’anni è innegabile che quella thailandese figuri tra le cucine asiatiche più conosciute e apprezzate in Europa e Nord America. Come dimostra il caso della Thailandia, questo modo di accrescere la conoscenza internazionale del patrimonio gastronomico nazionale fa parte di una più complessa strategia di soft power volta ad accrescere la propria reputazione sullo scenario globale: in questo senso, proiettare una determinata immagine di sé all’esterno presuppone creare un vero e proprio brand culturale spendibile nelle moderne società straniere. Non deve quindi stupire che i buoni risultati che questa “succulenta” forma di diplomazia riesce a garantire l’abbiano resa un terreno propizio per gli Stati che non dispongono di grandi risorse per ottenere una maggiore visibilità sulla scena mondiale. Coloro che hanno decisamente optato per la gastro-diplomazia sono infatti in gran parte medie potenze o comunque paesi che aspirano ad ottenere un migliore status internazionale e conseguire potenziali benefici dall’estero, come investimenti o turismo di massa.

La Corea del Sud e la diplomazia del kimchi.

Il successo del modello thailandese ha spinto molti altri paesi della regione asiatica ad adottare simili iniziative per migliorare la propria percezione e reputazione nel mondo. È il caso della Corea del Sud, che nel 2009 ha lanciato la campagna Korean Cuisine to the World – stimata in circa 44 milioni di dollari – al fine di incrementare sostanzialmente il numero di ristoranti sudcoreani all’estero e rendere quindi conosciuta la cucina nazionale negli altri paesi. A differenza di quella thailandese, l’iniziativa del governo di Seul ha riguardato anche la promozione ufficiale di corsi di cucina sudcoreana in famose scuole internazionali, come il Culinary Institute of America a New York o Le Cordon Bleu a Parigi, con l’assegnazione di borse di studio per gli studenti specializzati nella cucina nazionale nelle scuole e fiere gastronomiche. Inoltre, con il supporto diretto del Ministero per l’Alimentazione, l’Agricoltura, la Silvicoltura e la Pesca, il progetto ha dato vita alla Korean Food Promotion Institution nel 2010 e persino al World Institute of Kimchi per promuovere la ricerca, sviluppo e innovazione del piatto tipico per antonomasia della Corea del Sud, riconosciuto nel 2013 patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Nell’esperienza coreana si è potuto vedere con chiarezza il ruolo fondamentale della popolazione emigrata nella promozione del brand culinario nazionale. Per esempio, negli Stati Uniti la comunità sudcoreana ha approfittato dell’iniziativa governativa e del conseguente successo del cibo sudcoreano nel paese per diffonderlo ulteriormente e addirittura trasformarlo per renderlo più popolare e accessibile al gusto americano: ciò ha portato alla creazione dei kogi tacos, ovvero di tacos coreani oggigiorno molto diffusi negli USA come street food.

Il riconoscimento internazionale che passa dalla cucina: il caso di Taiwan.

Rendere conosciuta la tradizione culinaria dell’isola di Taiwan nel mondo è stato considerato dall’ex Presidente della Repubblica di Cina Ma Ying-jeou una priorità politica per il suo paese, per due ragioni. Da un lato, si voleva cambiare la percezione che Taiwan fosse poco più di uno dei laboratori di produzione di massa del mondo; dall’altro, il cibo era un modo per differenziarsi dal suo vicino e storico antagonista, ovvero la Repubblica Popolare Cinese. Dopo la sconfitta dei nazionalisti nella Guerra Civile Cinese nel 1949, il governo di Taipei ha sempre rivendicato la propria autonomia e indipendenza dalla Cina popolare, esercitando di fatto una sovranità autonoma dal punto di vista politico, economico e militare sul territorio e sulle acque circostanti l’isola di Formosa. Per Taiwan, riconosciuta formalmente nel 2020 solo da quindici Stati, negli ultimi anni è stato indispensabile utilizzare strumenti meno convenzionali per stabilire e rafforzare legami con l’esterno: in questo senso, l’adozione di una politica di gastro-diplomazia ha rappresentato un altro “ingrediente” nella sua ricerca di visibilità e riconoscimento internazionale. È proprio la sua peculiare situazione sulla scena globale che ha spinto Taipei a lanciare nel 2010 l’iniziativa All in Good Taste: Savor the Flavours of Taiwan – dal valore di circa 34 milioni di dollari – con l’obiettivo di espandere il numero di attività ristorative taiwanesi nel mondo, organizzare eventi gastronomici con focus sulla gastronomia nazionale, finanziare la partecipazione di chef locali a competizioni internazionali di prestigio e aprire stand per servire aperitivi taiwanesi nei principali aeroporti civili in Asia. Oltre all’istituzione di un think tank pubblico a tema culinario, Taiwan ha molto puntato anche sulla promozione ufficiale di alcune attività economiche, tra cui risalta 85°C Bakery Café, che è popolarmente conosciuto come lo “Starbucks asiatico”. In generale, quello di Taiwan rappresenta il caso più esemplare di una promozione ed esportazione della propria arte culinaria per ragioni prettamente legate alla sfera della politica internazionale: in altri termini, utilizzare lo strumento di diffusione della propria cultura gastronomica per ottenere maggiore influenza sullo scenario internazionale e sostegno alla propria causa.

L’Asia è l’avanguardia della gastro-diplomazia a livello mondiale.

Il Sud-Est Asiatico è la regione che abbraccia la maggior parte dei paesi che hanno fortemente investito sulla promozione internazionale delle rispettive gastronomie a fini diplomatici. Salute, diversità, esotismo, rispetto per l’ambiente, bellezza e patrimonio culturale sono alcuni degli “ingredienti” principali delle diverse iniziative di gastro-diplomazia adottate dai paesi della regione, tutte unite dalla ricerca di stabilire un legame emotivo con i consumatori stranieri. Tuttavia, al di là della narrazione e delle immagini accattivanti che stimolano l’appetito, il repertorio promozionale è di solito abbastanza ampio e diversificato. L’organizzazione di eventi all’interno e all’esterno dei confini nazionali, il reclutamento di opinion leader, il riconoscimento da parte di istituzioni prestigiose come l’UNESCO e la promozione dell’educazione culinaria – dai corsi di formazione alla pubblicazione di riviste scientifiche – fanno solitamente parte del programma di promozione del brand nazionale da parte delle istituzioni statali. Bisogna poi sottolineare che, nonostante le campagne siano rivolte a un pubblico straniero, queste iniziative raggiungono anche l’obiettivo di contribuire all’economia locale – attraverso il commercio, le rimesse e il turismo che attraggono – e incentivare le comunità nazionali che risiedono all’estero a continuare privatamente le iniziative pubbliche di promozione della gastronomia locale. L’Asia Sud-Orientale non è stata ovviamente l’unica regione geografica attiva in questo settore di diplomazia culturale: altri Stati che hanno recentemente scommesso sulla gastro-diplomazia nel continente asiatico sono stati Australia, Cina, Giappone e Malesia. Nel caso di quest’ultima, i suoi primi sforzi gastro-diplomatici risalgono addirittura al 2006 e sono stati rivolti prevalentemente al mondo musulmano, con l’obiettivo di lungo termine di far diventare il paese un centro mondiale della cucina ḥalāl, ovvero del cibo preparato secondo le norme della legge islamica. Nel 2010, il governo di Kuala Lumpur ha poi lanciato con decisione la campagna Malaysia Kitchen for the World, che ha contribuito a finanziare nuovi ristoranti malesi anche in Occidente e inviare rinomati chef del paese a fiere ed eventi internazionali. Nonostante la diffusione della sua cucina fosse già estremamente estesa e prescindesse da iniziative di carattere gastro-diplomatico, il Giappone si è comunque distinto per la creazione della Organization to Promote Japanese Restaurants Abroad nel 2007, la quale ha aperto sedi in numerose città del mondo come Amsterdam, Bangkok, Londra, Los Angeles, Parigi, Shanghai e Taipei per contribuire alla diffusione anche accademica della cucina giapponese nei mercati stranieri e accrescere ulteriormente il proprio soft power. La promozione sia pubblica sia privata della gastronomia nipponica le ha così permesso di ottenere il riconoscimento di patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO nel 2013.

Siamo ancora all’antipasto.

Dall’inizio degli anni Duemila, la gastronomia è stata incorporata nelle strategie di diplomazia culturale di molti paesi asiatici per migliorare la propria immagine nell’immaginario collettivo internazionale e implementare nuove relazioni diplomatiche. Si è trattato di una serie di iniziative nazionali – spesso concorrenti – che nel complesso hanno inevitabilmente portato con sé anche una rapida globalizzazione della cucina asiatica. Del resto, il cibo è una delle cose più potenti che esistono per riunire le persone attorno a un tavolo e facilitarne l’interazione e la conoscenza reciproca: esso sollecita principalmente attraverso il gusto, l’olfatto e la vista, e la diplomazia internazionale ha saputo sfruttare questa componente sensoriale del cibo per fini che trascendono la mera arte culinaria e il piacere. Sebbene sia ancora molto giovane e per certi versi ancora in una fase sperimentale, la gastro-diplomazia adottata in Estremo Oriente ha dimostrato di essere un metodo di proiezione internazionale efficace e conveniente, specialmente per quei paesi che mancano di grandi risorse per esercitare vigorosamente altre forme più tradizionali di diplomazia. È quindi ragionevole ritenere che sempre più Stati di altre parti del globo aggiungeranno alla loro strategia di diplomazia culturale una forte componente gastronomica che – in virtù dell’universalità del cibo e della tendenza consolidata della globalizzazione alimentare – soddisferà contemporaneamente i palati e sedurrà le menti di aziende e governi stranieri a proprio vantaggio. Inoltre, queste iniziative pubbliche finiscono spesso per essere un incentivo a rafforzare l’attività privata, principalmente da parte delle comunità nazionali espatriate, che svolge un ruolo essenziale nella diversificazione ed espansione della strategia di promozione e rafforzamento del brand culturale nazionale.

LUCA GALANTINI & MARCO MALDERA

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