Ogni venerdì


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Una storia di Sicilia

Ogni venerdì, ceno con un’insalata di tonno. Da anni, ormai.

Questo rito settimanale include pure una fase precedente: l’acquisto delle scatolette, scrigni di pesce. Non so bene perché ma mi diverte la vista di queste tra gli scaffali e, con occhio attento, mi pare di muovermi alla ricerca della meno anonima confezione tra identici contenitori di pesce, stipato allo stesso modo in ciascuna. Mi muovo tra i reparti secondo un percorso ormai fisso, senza fretta. Eppure, ogni mio passo al supermercato, nel settore dei prodotti freschi, mi porta alla mente il tempo passato, su di me e sulle mie gambe. Una volta, cercavo il pesce migliore al mercato di Marzamemi, puntando dritto agli occhi dei giganti strappati dal mare; ora, non mi rimane che l’osservazione tra le scatole di latta. E il vivido ricordo del bancone intriso di sangue riesce a farmi commuovere persino dinanzi alle mensole con tonno a lunga conservazione.

Ogni venerdì, cenavamo con un’insalata e frutti di mare.

Con la famiglia, attendevo il fine-­‐settimana per mangiare bene, per abbuffarci di pesce fresco, per andare al mercato e per abbandonarci alla caccia del tonno migliore già cacciato. In verità, ero ancora così basso da non riuscire a osservare ogni movimento al meglio, come avrei voluto. Così mi nascondevo dietro la lunga gonna di mia madre e, volgendo gli occhi al mare e al cielo, cercavo di annotare le differenze di questo spettacolo cui mi presentavo di settimana in settimana. Da qualche mese, trovavo ancor più piacevole la visita al mercato perché sapevo di trovarvi mio padre che, lasciata la campagna, aveva iniziato a lavorare per il Mare. Così, diceva lui: “Lavoro per il Mare”. A questa frase, tutti noi ridacchiavamo, ritenendo che papà volesse negare l’autorità del Principe che poco apprezzava i continui sacrifici. Papà ribatteva sempre: “Lavoro per il Mare perché uso reti, non più zappe e rastrelli”. Imparavo così la gratitudine alle reti, alle braccia dei pescatori e, già allora, percepivo che il Mare per i miei genitori non fosse l’alternativa acquatica della terra: il Mare era ancora Terra, con altre regole, con altri rispettabili abitanti.

Da quando sapevo di poter incontrare tra i flutti mio padre, come attore sul palcoscenico di Marzamemi, andavo in riva ancor più spesso. Osservavo da lontano e tentavo di imparare a presagire la qualità dal pescato dall’osservazione delle barche che facevano ritorno e dai volti dei pescatori. Come vedetta esperta, avevo eletto un posto tutto a me riservato, da cui mi sentivo regista di un dramma dal finale sempre a sorpresa: la tonnara, un posto tranquillo, con poche facce e quasi tutte sempre nuove. Lì, una donna mi sorrideva sempre, perché la incontravo sempre lì. E, solamente adesso, capisco perché le altre donne non le rivolgessero né sguardi né parole mentre gli uomini le sorridevano. Ai tempi, pensavo che quella donna fosse come il Mare, un po’ di tutti, un po’ di nessuno.

Un giorno, notai un cappotto appeso all’albero di una barca e l’ombra di questo che sovrastava il mercato dall’alto. Dopo settimane di magra e di sguardi tristi, non sapevo che valore assegnare a questa visione. Però, colsi subito la straordinarietà di quel giorno e, di conseguenza, avrei voluto quasi duplicare la dimensione dei miei occhi pur di riuscire a non lasciare sfuggire alcun particolare. L’inquilino del mare, appena arrivato al mercato, era un tonno assai grande, panciuto più che mai, calamita attrattiva per gli occhi di tutti i presenti. L’aria, quel giorno, non era solamente carica di salsedine, di sangue e alghe; era un giorno di festa, il cui protagonista era proprio quel colosso dalla pelle argentea. Alle consuete grida del mercato si aggiungevano i canti dei pescatori in festa, già odorosi di vino. L’acqua era assai scura, quasi incapace di estinguere il troppo sangue sparso non lontano dal molo. La gioia si era fatta sangue di pesce e sudore di pescatore; a fianco del cappotto sventolante, a simbolo del gran bottino del giorno, vidi il volto di mio padre, sgombro delle tensioni dei giorni precedenti, dei venerdì con insalate povere.

L’aria festaiola non pareva destinata a concludersi e io scoprivo di non essere più solo nell’osservare l’arrivo delle barche: un emiciclo  di volti si dispose in mistica attesa. Non so se la gioia riuscì più rumorosa dei canti ma, di certo, fu un efficace richiamo per il Principe. Si presentò con i suoi abiti scuri e il volto semicoperto da un cappello che portava sempre sulla testa; d’altronde, si era ormai abituato a considerare alieno dai propri gesti qualsiasi atto reverenziale. Quel giorno, però, persino il Rais, il capo dei tonnatori, mi sembrava diverso dal solito, sensibile a quella strana atmosfera; il Principe si faceva avanti con un ampio vassoio in mano, stracarico di paste alla mandorla, dolcetti che nell’immaginario collettivo divenivano sinonimo di momenti di gioie familiari. I miei occhi fanciulleschi intravedevano umanità, per la prima volta, in quest’uomo, cupo in ogni racconto, sordo a ogni diceria. I dolci, distribuiti come omaggio ai pescatori, divennero, in pochi minuti, simbolo di una protesta silenziosa: fu la bocca del tonno a esser riempita di biscotti, dal Rais, da mio padre e dagli altri pescatori che, così, rifiutavano il premio del Principe, quel misero dono per le loro braccia, ma insolita corona per fauci abituati a sangue e ad acqua salata.

Quel giorno, compresi il senso dell’errore dei miei occhi, in virtù dei quali quei dolci -­‐ come tutto ciò che mi era sinora sembrato bello -­‐ mi erano risultati pure opportuni.

Capii che anch’io portavo un dolce dentro di me: in me, nasceva una coscienza.

Oggi, è venerdì e mangerò un’insalata di tonno.

Attenderò di esser solo a casa per stendere la tovaglia sulla tavola, taglierò la cipolla in piccoli pezzi e ripeterò l’operazione con il pomodoro fresco. Aprendo la scatoletta da poco comprata, cercherò di schiudere pure i miei ricordi, per risentire l’odore del mare, fresco, sotto le narici. La ripetitività di questi miei gesti non è il vero mistero di questo rito, perché non c’è nostalgia tra le mie dita. Il Tempo passa anche in Sicilia, dove è la Terra a esser il confine del Mare.

AGNESE RAUCEA

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